Respiro

Ciò non è assolutamente vero! Non ero mai stato nervoso, mai, mai, e tutt’ora non lo sono; come fate perciò a dire ch’io sia pazzo?

Sò esattamente rintracciare nella memoria l’istante in cui l’idea entrò per la prima volta nel mio cervello; ma non crediate, la coscienza la respinse a lungo. Non avevo nulla contro ella, mai c’erano state liti furibonde come ce ne sono in molti matrimoni, certo non desideravo il suo denaro, era già mio; le volevo bene, l’amavo. Ma il suo respiro! Ah il suo respiro, era quello! Aveva il respiro di una scrofa: affannato, lento e rumoroso; il sentirlo mi raggelava. Così, per gradi e non certo improvvisamente in un atto di follia come voi lo avete definito, si rapprese in me l’idea che dovessi far cessare quel respiro, sbarazzarmi di lei, definitivamente.

Sò che mi ritenete folle, che nelle vostre categorie psichiatriche mi avete incasellato come psicotico e avete attentamente sezionato la mia mente in modo che ogni pezzo risultasse congruo alla vostra visione, ma così non è, pensate che non abbia tentato di farla ragionare? Per tutta la settimana che precedette l’uccisione la ingiuriai, le gridai di smetterla con quel respiro infernale, o almeno di andarsene dalla mia casa, di lasciarmi al prezioso silenzio delle sue mura; eppure lei non sembrava intendere, di più, il suo respiro si faceva enormemente più pesante e affannato, infinitamente più lento, lo sentivo raschiare le pareti della laringe e delle narici, era diabolica, sapeva che mi stava facendo impazzire, lo faceva volontariamente, con cognizione! Per tutta quell’insopportabile settimana di tormento dormii sul divano del salotto, fra me e lei c’erano più di quindici metri e due spesse porte, eppure l’udivo! Udivo il suo respiro grattare, grattare e poi tossire! Quando arrivava la mezzanotte ero ancora sveglio, allora m’alzavo, lentamente, lentamente in modo che non mi sentissero i vicini, ma poi come avrebbero potuto con quel baccano d’uragano che ella produceva. M’occorrevano ore per percorrere la distanza fino ad arrivare alla camera da letto da dove m’aveva espulso con tanta malignità. Avreste dovuto vedermi mentre aprivo la porta, con quanta dolcezza, con quanta infinita delicatezza, affinchè non s’accorgesse, non si svegliasse; poi apertala quello che bastava per insinuarvi la mia testa guardavo all’interno, nell’unica luce del lampadario del salotto che avevo lasciato acceso. Sì, perchè tentavo di coglierla mentre, seduta sul letto, ansimava con tutta la sua malvagità e poi rideva di me, del mio tormento. Ma ogni notte, ogni volta che introduceva la mia testa all’interno la trovavo che fingeva di dormire. Non potevo allora, la mia conscenza in quel momento rinforzata respingeva l’idea, non poteva ucciderla, non ne avevo motivo se non lo faceva volontariamente. Ogni mattino poi cercavo di strale lontano, uscivo in fretta di casa, prima che s’alzasse per non incontrarla, per non udirla, come poteva non capire?

L ‘ottava notte fui più cauto che mai, aprii la porta e le i minuti sull’orologio digitale della parete scorrevano molto più velocemente di quanto facesse la mia mano, ero sicuro che l’avrei scovata. Trattenevo a forza i miei sentimenti di trionfo, si gioia, perchè già assaporavo la vittoria, quasi ridevo, e forse ella m’udì: si mosse improvvisamente nel letto, si rigirò quasi si fosse svegliata. Non mi ritirai, non fuggii, la porta era solo leggermente aperta, la luce non era sufficente perchè vedesse, nè io potevo vederla. Rimasi immobile per ore, i miei sensi mi dicevano che era seduta sul letto; respirava come al solito, più del solito. Spinsi ancora lentamente la porta, la spostai impercettibilmente: setii che ella scattava nel letto e gridando: “Chi è?”, poi dopo alcuni secondi, “Sei tu?”

Rimasi immobile e non respirai a lungo, non sentivo nulla, tranne il suo grsso respiro che m’ingombrava le orecchie, poi un gemito. Ora sapevo: ella s’era accorta che l’avevo scoperta, che l’avevo colta mentre operava controm di me, e aveva terrore, sapeva cosa avrei chiesto come risarcimento per le mie tribolazioni. Eppure ancora la mia coscienza m’impediva d’ucciderla -continuate perciò a credermi folle?-,  doveo vederla, non bastava che lo sapessi. Così, risolutamente con un unico gesto del polso, spalancai la porta: era lì come m’aspettavo, seduta sul letto che ansimava, grugniva, mi guardava impaurtita come il colpevole colto sul fatto. Ero immobile sulla soglia, illuminato dalla fioca luce del soggiorno, lei continuava a produrre quel suono mostruoso -come poteva ancora?- sempre più forte, sempre più terribile, ebbi paura che i vicini potessero udirla: lanciai un alto grido che non non riuscì minimamente – com’era invece mia intenione- a coprire il suo respiro, mi gettai su di lei, afferrai uno dei cuscini e lo spinsi sulla sua faccia tentando in ogni modo di far tacere quel rumore infernale. Per minuti spinsi con tutte le mie forze, eppure ancora non s’arrestava, poi finalmente, dopo ultimi tremendi fiotti, cessò. Tolsi il cuscino e guardai il volto privo di vita, e di respiro. Il mio primo pensiero, certo accompagnato dall’immenso sollievo, fu quello di chiamare la polizia e confessare, d’altronde avevo ucciso mia moglie, dovevo andare in prigione -riuscite ancora a credermi pazzo? E’ questo il ragionamento di un pazzo?-, poi però si fece spazio tra i miei pensieri infausti un’idea: ella era la colpevole, la mia poteva essere considerata legittima difesa, se non l’avessi fatto sarei impazzito e avrei finito per spararmi un colpo alla tempia, e questo dopotutto era quello che lei voleva fin da principio, perciò si, la colpa era sua, io ero, sono innocente. Conscio però che non m’avreste certamente compreso -come del resto accade-  mi decisi a occultare il cadavere, non fu facile farlo a pezzi e stare attento a non lasciare tracce di sangue, poi nascosi il tutto nel grande surgelatore in cucina, infine andai a dormire, finalmente tranquillo. La mattina venni svegliato dal campanello, m’alzai senza fretta ed andai ad aprire: erano tre poliziotti, un vicino aveva sentito grida durante la notte, li feci entrare, spiegai che frequentemente il mio sonno era turbato da incubi e che capitavo che mi svegliassi urlando; chiesero di mia moglie e raccontai che era in visita a sua sorella e che non sarebbe tornata prima di sera, -ero certo che non avrebbero fatto controlli e così non avrebbero scoperto che non esisteva nessuna sorella-; fecero un rapido giro della casa e non avendo trovato nulla stavano per andarsene, ma io, forse vinto dalla superbia dell’averli convinti, li invitai a restare per farmi compagnia nella colazione: accettarono e si sedettero con me in cucina, offersi caffè e brioche. si complimentarono per la bella casa e di lì cominciammo a discorrere del quartiere, di quanto fossero cari gli appartamenti, e d’altre frivolezze. Un attimo dopo però non ero più tranquillo, la testa incominciò a dolermi e divenni pallido, sentivo come un fischio nelle orecchie; mi misi a parlare con più voga per dimenticarmene ma quello non desisteva e si faceva sempre più definito : m’accorsi che il rumore non era nelle mie orecchie. Con ogni sforzo parlavo con scioltezza, alzavo la voce, gesticolavo, m’ero alzato in piedi e camminavo da una parte all’altra della stanza in modo da distrarmi e coprire almeno un pò il rumore, ma quello si faceva sempre più forte, inesorabilmente aumentava: veniva dal surgelatore! Cosa potevo fare? Affrettai il discorso più che potei affinchè se ne andassero, ma loro, incredibilmente insensibili, non sembravano volerlo fare, continuavano a parlare e ridere; io schiumavo, mossi la sedia più volte, m’alzai e risedetti ripetutamente, e il sinistro suono si faceva più forte, sempre, sempre più forte!  Come? Come potevano non udire? No! Essi udivano! Sapevano! Com’ella si facevano beffe del mio orrore! E’ così, è inutile negarlo! Mi schernivano e intanto più forte, più forte, più forte diveniva il respiro! Dovevo urlare; qualunque cosa era più tollerabile di quel suono e della derisione! ” Confesso!” gridai, ” maledetti cessate di simulare! E’ lì, lì, lì è il corpo orrendo!”

– Il racconto in questione è una mia rielaborazione de Il cuore rivelatore di Edgar Allan Poe

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14 comments so far

  1. Ofyp on

    Solo… wow!

  2. Hertz on

    magari sei troppo buono 🙂

  3. marni on

    Ci sono rumori e debolezze altrui che ci appaiono disgustose che sembrano violare la nostra integrità, la nostra intimità, divengono ossessione… un respiro da scrofa..mio Dio..d’ora in poi penso che respirerò sottovoe 😉

  4. Hertz on

    è la storia di un’ossessione questa infatti, l’ispirazione a rileggere e poi riscrivere il racconto di poe m’è venuta a lezione di psicologia clinica, parlavamo d’ossessione e così…

  5. lilly lilly on

    … che strano questo racconto… mi ha colpito, rispetto agli altri, per fatto che è scritto tutto al passato … lì dove di solito descrivi l’accadere..

  6. Hertz on

    sai che non ti ho capita, in che senso?

  7. Ombra on

    Mentre leggevo pensavo “mi ricorda tanto quella storia di Poe…” e alla fine ho avuto la conferma che pensavo giusto… devo dire che è un’ottima rielaborazione.

  8. Hertz on

    Sono andato volontariamente passo passo il racconto di poe, se li sovrapponi sono praticamente identici.
    Ne ho un’altra nel cassetto, ma ancora non ho il coraggio di scriverla.

  9. Lucia on

    I racconti di Poe li lessi a sedici anni. Me li regalò un ragazzo per conquistarmi…
    Me li hai fatti ricordare e con loro mi sono tornati in mente il mio vecchio taglio di capelli, i miei jeans sbiaditi e la mia felpa bianca e blu.

  10. Hertz on

    A me Poe piace moltissimo ( è il Maestro con la m maiuscola insieme a Borges), però non lo avrei mai regalato ad una ragazza per conquistarla 🙂

  11. marni on

    Ciao ..pensavo di non riuscire a lascire il messaggio…Ma era così scuro anche prima? ..le parole risaltano con fatica… .il fondo scuro è suggestivo ma faticoso

  12. Hertz on

    mmmh, forse hai ragione, sigh!

  13. […] Respiro; Non c’erano assolutamente occhi; Il ladro di mondi; […]

  14. Mexxhc on

    test


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