Archive for the ‘Cubi di Rubik’ Category

Colazione

«Smettila.»
«Di fare?»
«Lascia. Cornflakes o biscotti?»
«Non sono a dieta, biscotti!»
Dallo scaffale presi il barattolo del miele e i biscotti alle nocciole
«Però ti servirebbe.»
«Che cosa?»
«Nulla nulla.»
«Hai dormito bene?»
«Perché?»
«Ho sentito che t’alzavi. Due volte»
«Oh. Scusa, è che…»
«Che?»
Infilando in bocca un biscotto, con un altro in mano faci cenno di aspettare.
«Mangi sempre troppo in fretta. Fai con calma.»
«Ho fame!»
«Che significa? Non è un buon motivo per ingozzarsi come uno struzzo!»
«E che razza di paragone sarebbe?»
Bevve qualche sorso di latte, guardandomi sorrise.
«Che facciamo oggi?» chiese alzandosi.
«Non so’. Cinema?»
«Non mi va. Ci andiamo anche troppo spesso.» disse prendendo la scatola dei cornflakes dallo scaffale.
«Non avevi detto che non ti andavano?»
«Cambio idea, voglio mangiarli insieme ai biscotti.» e si risedette.
«Ma…anzi no, lasciamo perdere.»
«Andiamo a pattinare?»
«Pattinare?»
«Si. Non ci siamo mai andati insieme. E’ divertente!»
«D’accordo»
«E stasera cinese?»
«No per favore! Basta cinese! È diventato un’ossessione!»
«Non c’è bisogno che fai così. Se non ti va non andiamo, anzi lasciamo stare anche il pattinaggio.»
«E ora perché?»
«Non ti vedo molto entusiasta.»
«Non fare la ragazzina.»
«Sembra che non va mai bene se decido io qualcosa da fare.»
«Che dici? Non ho voglia di andare al cinese, solo questo, pattinare mi va.»
«Non voglio che vieni solo per farmi un favore.»
«Smettila di fare la…»
«La? Per una volta potresti anche finirla una frase no?»
«Smettiamola dai.»
«Meglio.»
«Andiamo a pattinare dopo?»
«Con la mia di macchina però.»
«Perché?»
«Se mi fai innervosire ti lascio a piedi.»
Sorrisi: «Niente cinese però.»
«Capito. Magari affittiamo un film e mangiamo una pizza qui.»
«Ci sto. Pace?»
«Si, si.»
«Dormi qui stasera?»
«Domani mattina mi porti la colazione a letto?»

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L’esperimento

«Russel, stai ancora perdendo tempo con il tuo bizzarro esperimento?»
Gli altri alchimisti non fanno che prendermi in giro.
«Sì, e il mio non è un esperimento bizzarro.»
«Hai ragione, non è neanche un esperimento!»
Ridono.
Loro ricercano formule per tramutare materiali poveri in oro, sono tutti apprendisti di famosi alchimisti, lavorano in costosi quanto fumosi laboratori.
Io cerco ben altro. Cerco il segreto della vita.
Il mio esperimento è il Crealumache.
Si tratta di uno strumento complesso, ma dall’aspetto banale di un piccolo annaffiatoio blu.
L’ho sperimentato nell’orto di casa, che funge da laboratorio: lo riempio d’acqua, poi annaffio con moderazione l’insalata, che è parte integrante dell’esperimento, poi mi allontano e torno in casa. Dopo qualche ora, ritornando vicino alle piante, si possono trovare le lumache che lo strumento ha generato.
«Vedrete quando presenterò la scoperta al Concilio Annuale degli Alchimisti, vedrete!» sogghigno.

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La congiura

Nella nera cattedrale lo attendevamo nascosti all’ombra delle statue di dèmoni.

Pater Noster, qui es in caelis, sanctificetur nomen tuum…” bisbigliava il secco alla mia destra.

Ascoltando quella litania in latino, mi venne in mente un passo dell’Apocalisse di San Giovanni, lo ripetei ad alta voce: “ex tenebris oritur lux, dalle tenebre scaturisce la luce”.

“Sgozzalo, dobbiamo essere sicuri che gridi il meno possibile.” Diceva l’uomo barbuto al più giovane fra di noi, che era stato scelto come boia. Era visibilmente impaurito, respirava affannato, singhiozzava quasi. Attorno a lui oltre all’uomo che continuava a dargli istruzioni su come afferrare il coltello per essere sicuro di non farselo sfuggire, c’erano altri due, uno dai capelli unti e l’alito puzzolente, l’altro vestito come per la caccia alla volpe.

Lo incoraggiavano ripetendo che uccidendo il traditore sarebbe stato un eroe, avrebbe aiutato il popolo.

Avevo conati di vomito nell’ascoltarli. Come potevano credere a quello che dicevano?

L’uomo che avremmo ucciso era sicuramente odioso: un meschino approfittatore, un ladro, un delatore, un assassino; ma noi non eravamo da meno, non saremmo mai stati più che questo.

Sentimmo dei passi davanti al portone, ci nascondemmo silenziosi, in attesa.

I passi proseguirono. Non era ancora l’ora.

Il verso acuto di una civetta mi fece trasalire, lo sentii proprio sopra la mia testa. Doveva avere il nido su qualche cornicione, o nella bocca di una gargolla.

Un tizio con un cappello sgualcito mi offrì una fiaschetta che puzzava d’alcool “Per brindar alla vittoria” disse; rifiutai semplicemente voltandomi dall’altra parte, avrei ucciso anche quell’idiota se avesse insistito.

Passi.

Ci nascondemmo nuovamente. Entrò nella grande navata il condannato, insieme al nostro complice che l’aveva trascinato lì.

Lo assalirono, lo immobilizzarono, mi feci avanti guardandolo negli occhi.

Enunciai il verdetto.

Il giovane ragazzo lo colpì ferocemente, del sangue mi schizzò in faccia.

Lasciammo il corpo a dissanguarsi sul pavimento decorato.

Fuggimmo silenziosi nella nebbia, ognuno senza voltarsi, ognuno senza sapere i nomi degli altri, così da non poter tradire o essere traditi.

 

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Dolci confini

Non poteva fare a meno di pensare che quella poteva essere esattamente una di quelle situazioni.
Le aveva immaginate sempre, nelle calde mattina sotto il solo gentile, l’aveva fatto con un mezzo sorriso stampato in faccia, come un idiota.
“Però”, pensava,“però devono esserci.
Come un arrivo inaspettato, o qualcosa che se ne va senza che farsi notare.
In ogni caso deve fare bene, davvero bene.”
Così aveva pensato, con quel suo sorrisetto idiota in faccia, quasi prendendosi in giro.
E non poteva fare a meno di pensare a lui, a come gli avesse parlato dell’amarezza che ti corrode prima ancora che la conoscesse; non poteva fare a meno di pensare alla sua scorza di legno, a come probabilmente non avesse mai sperimentato quello che ora stava provando lui.
Era come sentirsi inondati, riempiti fino a traboccare.
Faceva bene quella pienezza, quella completezza, faceva davvero bene.
E non poteva fare a meno di pensare a lui che sputava per terra, che tentava di sciacquare la bocca dall’amaro.
Ora aveva per sé qualcosa che l’aveva liberato, e che gli aveva lasciato in bocca un sapore dolce, un sapore che difficilmente se ne sarebbe andato, non l’avrebbe fatto scappare.
E stava lì, col suo sorrisetto idiota, felice.
 
– Racconto in sequenza e contraddizione con Confini amari.-

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Colloquio di lavoro

-Salve.-
-Buongiorno, è in ritardo sa’?-
-Si, scusatemi, ma c’era traffico sulla tangenziale.-
-Scuse…-
-No, voi dovete capire, io vengo dall’Italia, la Lapponia non è proprio dietro l’angolo per me!-
-Senta, abbiamo scrutinato prima di lei un candidato che veniva dall’isola di Pago Pago, in Oceania, perciò non ci propini scuse sulla distanza. Cominciamo?-
-Sì.-
-Bene. Vedo da suo curriculum che frequenta la facoltà di psicologia, come pensa che potrebbe esserle utile per questo lavoro?-
-Non sò, potrei essere più abile nel capire che regalo vuole un bambino?-
-Non dica scemenze! I bambini mandano lettere, lo scrivono che regalo vogliono! Non ci girano mica intorno!-
-Certo ma…-
-Andiamo avanti, quanto pesa?-
– Sessantatre chilogrammi.-
-Non mi sembra affatto il fisico adatto a questo lavoro. Sa’, noi abbiamo una certa immagine d’abbondanza, non possiamo cambiare da un giorno all’altro.-
-Posso ingrassare, posso ingrassare molto!-
-Mmmh.-
-Davvero!-
-Va bene. Senta come se la cava a fischiettare? Ci faccia un movimento natalizio.-
-Fi, fiu, fìfì, fiii, fiù…-
-Basta, basta! Ma cos’era quella cosa?-
-Ehm…-
-Capiamo, comunque, ha mai avuto a che fare con renne?-
-No mai, ma amo molto i gatti.-
-Gatti? Giovanotto, non prendiamoci in giro va bene, lei non ha i requisiti adatti, non è proprio la persona che fa’ per noi, non ha neanche la barba! La barba per tutti gli elfi! Almeno la barba, si sà, ci vuole! Lunga, folta e bianca! Lei non ha che quattro peli!.
-Capisco…-
-Non se la prenda.-
-No, no, si figuri.-

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Il riflesso

Non lo notai subito, come avrei potuto in quella disordinata moltitudine di riflessi di me?
Certo dopo un po’ mi resi conto, probabilmente solo alcuni secondi dopo di quanto fece lui: entrambi in quella casa degli specchi, entrambi circondati da identici riflessi, entrambi identici senza essere riflessi.
Tentai di scorgere delle differenze, non riuscii a trovarne, questo particolare mi turbò: nell’universo nulla esiste di perfettamente identico a qualcos’altro, violavamo una legge.
– Sembri sorpreso. – chiese sorridendo.
– Dovrei non esserlo? – 
– In questo gioco di specchi non dovrebbe sembrarti irragionevole incontrare un tuo riflesso, non lo sembra a me, che sono te stesso, e che prima d’adesso ho già incontrato un mio riflesso. –
Quelle parole mi irrigidirono, se fossi caduto in quel ragionamento paradossale mi sarei perso.
– Chi di noi è il vero? – chiesi all’altro.
– Ogni copia crede di essere l’originale, tu non credi forse d’esserlo? Pensi che anche ogni riflesso in ognuno di questi specchi non lo creda? –
– Io credo d’esserlo, e forse se lo credo io…-
Cominciavo a comprendere le leggi di quel sogno? Più probabilmente mi perdevo nel paradosso entro il quale sprofondavo.
– Questa non è la realtà, lascia che ritorni ad essa.-
– Non ti trattengo.-
Aveva ragione, ero io che mi trattenevo in quel luogo e cercavo un colpevole che supplisse al mio terrore di lasciarlo.
Ci fu un lungo silenzio fra noi due in cui lui non guardava verso di me ma verso un riflesso vicino a sé.
– Hai detto prima che tu hai già fatto un’esperienza identica a questa, ma se noi siamo identici allora dovrei averla fatta anche io? –
Volevo trarlo in inganno, farlo cadere in errore.
– Credi che in questo posto abbia davvero senso il tempo rettilineo degli uomini?- Non voletti continuare, mi basavo ancora per i miei ragionamenti su postulati di un universo dove non esiste nulla di identico a qualcos’altro, qui evidentemente non potevano valere.
Rimasi ancora in silenzio, anche questa volta lo vidi osservare un riflesso, gli parlava ma non potevo udirlo, volsi la testa, in ogni specchio vedevo riflessi due esseri identici, che erano me, che parlavano fra loro, ma non potevo udirli.
Credetti di essere impazzito, fuggii in un corridoio affollato di miei doppi, fui fuori aprendo una porta in cui si rifletteva un essere, finalmente, i cui particolari definivano un’identità altra, mi assomigliava, ma non ero io.

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Il doppione

E lo vidi! Altroché!
Voglio dire: come avrei potuto non notarlo?
Identico, era come guardare una propria fotografia venuta male: diamine, sei brutto che fai schifo, però sai di essere tu!
Capite, io ero lì, tranquillo ascoltando il mio nuovo cd degli Arctic Monkeys e mi vedo davanti un tipo uguale identico a me, però lui al posto del lettore cd vecchiotto ma ancora perfettamente funzionante ha uno di quei lettori mp3 di ultima generazione, quelli che oltre a farti ascoltare la musica ci puoi vedere le foto e i filmati e anche scaldare il caffè. Sì insomma, tranne questo invidiabile particolare, lui è identico a me, sta’ aspettando qualcuno? Non sò, ma non mi ha notato perché guarda in un’altra direzione; mi avvicino di soppiatto.
– Ciao – dico, e lui si volta, uno, due, tre secondi e poi, evidentemente, realizza che siamo identici.
– Ma….-
– E sì, hai visto? Proprio come una figurina e il suo doppione.-
Mi guarda ancora più perplesso, che non abbia capito il paragone? A dir la verità non so come mi sia uscito di bocca.
– Tu sei uguale a me!- dice, voglio dire è pazzo?
– No, non hai capito mi pare, TU sei uguale a me! –
– Ehi! Come ti permetti di darmi della copia! Io sono l’originale! –
– Ah sì? Allora vediamo: cosa stai ascoltando? –
– Le hit dell’inverno, chiaro! –
– AHAHAH! Il me originale non può che ascoltare solo rock! L’originale ascolta sempre rock, sì sà!-
– Davvero? E chi l’ha inventata questa regola? No perchè non mi pare che nella letteratura del doppio esista una cosa del genere, mi sembra un pò campata per aria…-
– Eh, che c’entra la letteratura? Non è mica un racconto questo, è la realtà!-
– No. Questo è proprio un racconto invece, l’ho scritto io, per questo lo sò!-
Il doppione voleva farmi credere che la situazione fosse solo un racconto e io un personaggio inventato, era pazzo naturalmente, mi veniva da ridere al solo pensarci, ahah.
– Senti, sottospecie di pazzoide, non ho idea di cosa ti sia fumato stamattina, ma ora cerca di fare il serio e risolviamo la situazione, su forza, facciamo a pugni, dai!-
– Eh no! Sei proprio violento come avevo scritto! Io non faccio a botte con te, non ci penso neppure.-
Detto questo se la diede a gambe levate, veloce come il vento, ma io mica ero lì per farmi prendere in giro da una stupida sottomarca di me stesso, gli corsi dietro.
– Fermati maledetto codardo! –
Fortunatamente dopo duecento metri l’altro dovette rallentare perchè c’era in corso una manifestazione contro il governo che attraversava la strada, così lo raggiunsi.
– Ecco…ora…so-no…- avevo il fiatone.
– Ti senti bene?-
– Lasciami perdere impostore! Stò benissimo e ora vedrai!-
– Aspettaaspetta! Ti dimostro che ti ho creato io e che questo è un racconto va bene?- acconsentii, ma solo perchè dovevo recuperare dalla corsa, il maledetto doveva essere allenato nelle fughe, non sembrava affatto stanco.
– Allora, vediamo un pò, nel tuo portafoglio non c’è un soldo.-
– Bello no, è troppo facile, io non ho mai soldi nel portafoglio.-
– Aspetta allora, ora saremo, non sò, verso la cinquantesima riga, perciò fra poco tu dovresti dire: “Basta con queste scemenze” e poi dovresti partire con un pugno.-
Era proprio quello che volevo dire, l’imbroglione era abile con questi trucchetti, non dissi niente ma un pugno sul naso glielo tirai.
– Razza di…Io ti ammazzo!- disse così rialzandosi da terra e attaccandomi, un attacco frontale, povero stolto!
Inaspettatamente mi colpì alla mascella, barcollai, evidentemente stavo pensando troppo, dovevo concentrarmi sul combattimento.
– Fatti sotto – dissi, e lui mi si scagliò contro.
Ci azzuffammo per diversi minuti, quando stremati entrambi ci lasciammo eravamo malconci, lui di più però, forse.
– Ecco, hai visto, se tu fossi l’originale, quello che m’ha inventato e io solamente una copia avresti dovuto battermi senza difficoltà!- gli dissi in tono di sfida.
– Ma sei proprio tonto eh?! Non sai che in questo genere di racconti il clone ha sempre la stessa forza dell’originale!?-
– Sì, bella scusa.-
Poi, come un’orda barbarica, senza forma, solo grida e gambe e braccia che si agitano, la marea dei manifestanti contro il governo ci travolse! Quando riuscii a liberarmi non rintracciai più l’altro, era sicuramente scappato! Aveva avuto paura, ma se lo ritrovo, so io che fargli, impostore!

Il prossimo vino

-Una sigaretta.-

Gli misi in bocca quella che stavo fumando, mi ringraziò con un cenno del capo.

-Magnifica giornata, davvero splendida, non ti pare?-, – Sì- acconsentii sottovoce.

Eseguivo con tutta la lentezza che poteva essermi concessa quella serie di controlli che erano la mia routine, davo le spalle alla folla, com’era mio solito.

-Com’è il vino quest’anno? Non ho ancora potuto berne, com’è?- mi chiese mio fratello, – non buono, la vigna è stata malata. Non ti sei perso nulla– mentii; -l’anno scorso era davvero ottimo, ricordi? Ottimo vino. Sicuramente l’anno prossimo sarà migliore. E’ così, ne sono certo.- Io cercai di sorridergli.

La folla mormorava, era la terza volta che ripetevo i controlli, tutto era pronto, ma volevo tempo.

-Che ora è? Non vorrei che stessimo tardando troppo…-, -non scherzare, pensi che starebbero qui se avessero altro da fare? Lasciali aspettare a fuma- dissi, lui sbuffò altro fumo e mi sorrise, poi guardò la gente, le prime file trepidanti, quelle più addietro meno convinte.

Io tardai ancora, e mi accorsi che la folla si compattava verso di noi, cominciava a spingere e fremere, e vociferava, sputacchiava.

-Siamo pronti- gli dissi, e lui sputò il mozzicone che aveva in bocca.

Scesi le scalette di legno della forca; lo guardai, -Sarà un buon vino l’anno prossimo- disse rivolto alla gente; tirai la leva.

Antidoto

-Proprio così.-

-Vuole dire che è così semplice? Così casuale?-

-Esattamente, nessun complicato meccanismo, siamo noi, drogati di noir e gialli che gli abbiamo dato senso; il referto del medico legale parla chiaro, è morto avvelenato, tetradotossina.-

-Di che composto si tratta?-

-Veleno estratto dal pesce palla, sai come nei film: servito per cena, crudo, sushi, insieme a salmone, tonno, gamberetti, riso e quant’altro. Ha mangiato abbondantemente, e lei con lui; hanno bevuto sakè: dai test alcolemici risulta che dovesse essere anche un po’ brillo quando si è ritirato nel suo studio.-

– E lì chiusa la porta a chiave per avere intimità s’è messo a lucidare la sua collezione di armi da fuoco.-

-Proprio come nel più classico dei gialli.-

-Sì. Prendiamo un altra birra?-

-Certo. Scusi ce ne porterebbe altre due? Grazie.-

-E’ stato allora che lei è uscita giusto? Ha preso la macchina, e s’è diretta fuori città.-

-Splendida auto, Lamborghini Murcielago, non che se ne vedano molte in giro; davvero
splendida.-

-Non mi ci faccia pensare, per gente come me quel genere di gioielli sono solo sogni.-

-Sà, in garage c’era anche una Ferrari, quell’uomo non badava a spese per la sua giovane mogliettina, lui con il diabete non poteva guidare. Ma lasciamo perdere i sogni, macchine da trecento all’ora e modelle come mogli, ritorniamo al resoconto.-

-Sì; dicevamo: l’uomo è nel suo studio, ha anche messo su un po’ di musica, Bach, poi dopo…quanto tempo?-

-Dodici minuti circa, dall’esame autoptico non si è riusciti ad essere più precisi.-

-Insomma dopo dodici minuti il veleno fa il suo effetto, l’uomo crolla a terra con  la Beretta calibro 9 in mano, parte un colpo che gli perfora la tempia. Casualmente.-

-Proprio così, casualmente. Il sangue sgorga abbondante sul parquet raggiunge la
porta e la oltrepassa bagnando anche il corridoio.-

-La figlia rientra a casa poco dopo giusto? E’ lei che s’accorge del sangue, prova ad entrare ma trova la porta chiusa a chiave, e chiama la polizia.-

– E’ così; i primi agenti arrivano e sfondano la porta. Ed ecco lì il cadavere.-

-E chiamano noi.-

-Era un chiaro caso di suicidio, porta chiusa, colpo alla tempia, però…-

-Però l’uomo era felice, ricco, bella moglie, una figlia modello, e soprattutto la cosa meno chiara: dov’era la consorte?-

– Dall’amante supponiamo, e ce lo conferma la figliastra, che sa della storia e conosce il tipo.-

-Perciò abbiamo pensato: omicidio.-

-Sbagliando. La moglie infatti quasi contemporaneamente al marito subisce gli effetti
del veleno, che le provoca una paralisi cardiorespiratoria, lei è ancora in macchina, sbanda e finisce in un canale sul lato della strada.-

-Dei tizi passano giusto poco dopo, si accorgono dell’auto e chiamano i soccorsi.-

-Ironico, abbiamo pensato, lei ammazza il marito, magari per l’eredità o per l’assicurazione, ma muore a sua volta in un incidente mentre si reca dall’amante.-

-Quel poveraccio l’abbiamo anche interrogato per tre ore, era logico che fosse coinvolto, doveva sapere qualcosa.-

– Eh sì, abbiamo smesso quando è arrivato il referto dell’autopsia.-

-Scusi signorina, ci porta il conto? –

-Il cuoco l’abbiamo arrestato subito dopo: omicidio colposo, il giapponese aveva falsificato il suo diploma, non era abilitato a preparare il fugu, il pesce palla appunto, ma ha rischiato perchè la vittima lo aveva preteso, e pagato molto. Le analisi dicono che aveva fatto quasi tutto alla perfezione.-

-Una questione di casualità.-

-Casualità, esattamente.-

Il Minotauro, un racconto oltre la menzogna

I greci mentono, e l’arte della menzogna, che essi chiamano dialettica, li aiuta ad essere creduti.
La nostra gloriosa isola, con i suoi immensi palazzi, non ebbe mai maggior splendore che sotto l’egida di Minosse, il più giusto fra i mortali.
Atena, invocata dalle mendaci preghiere degli achei, scagliò però sul suo palazzo una maledizione, Pasifae l’infedele moglie del re generò un essere per metà uomo e per metà toro, fu chiamato Minotauro, da chi aveva paura, Asterione dal padre. Minosse infatti lo considerava a tutti gli effetti suo figlio poichè era nato nella sua casa. Fu allevato alla corte; crescendo acquisì estrema intelligenza e forza, era fedele al padre e agli dei, il solo tormento era la solitudine: nessun mortale oltre al padre lo avvicinava, lo rifuggivano e schernivano i servi, la madre, l’infida sorella Arianna. Minosse però sapeva scrutare nel profondo, aveva deciso che ne avrebbe fatto un re, che avrebbe espanso il suo regno anche all’Asia.
Agli ateniesi giungevano queste voci, rosi d’immensa rabbia ricorsero ad uno dei loro terribili inganni, pagarono l’assassino Teseo con oro e vergini affinchè di nascosto si recasse nel Labirinto, così essi chiamavano l’opera che il geniale Dedalo aveva donato come dimora ad Asterione, e uccidesse il futuro re.
L’uccisore accettò dopo l’ennesima coppa di vino, fra le nebbie di una notte sbarcò a Creta e si introdusse nel palazzo di Minosse, lì s’incontrò con Arianna a cui promise il trono di regina se l’avesse aiutato nell’uccidere il fratello, ella accettò senza esitare.
All’alba si recarono all’ingresso del Labirinto, Arianna legò un filo attorno alla caviglia di Teseo affinchè potesse ritrovare la via del ritorno fra gli infiniti corridoi del palazzo, egli brandendo la sua spada avvelenata s’inoltrò.
Quando trovò il Minotauro questi l’aspettava, non lo colse di sorpresa come aveva sperato, non avrebbe potuto tagliargli la gola nel sonno comi gli era più congeniale, Asterione lo fissava immobile, gli parlò: “vattene mortale, la tua anima non è abbastanza forte per combattermi, io ti risparmio”, ma Teseo era uno sciocco oltre che un vigliacco, anche se tremante dal terrore si scagliò verso l’avversario ignorando la sua pietà.
Non ci fu lotta, il corpo dell’uomo trafitto cadde a terra fra la polvere, Asterione recise il filo di Arianna, lasciò il cadavere e continuò a vagare insonne fra le complesse geometrie che lo accoglievano, al riparo dagli sguardi degli uomini che non l’avrebbero mai accettato.