Dolci confini

Non poteva fare a meno di pensare che quella poteva essere esattamente una di quelle situazioni.
Le aveva immaginate sempre, nelle calde mattina sotto il solo gentile, l’aveva fatto con un mezzo sorriso stampato in faccia, come un idiota.
“Però”, pensava,“però devono esserci.
Come un arrivo inaspettato, o qualcosa che se ne va senza che farsi notare.
In ogni caso deve fare bene, davvero bene.”
Così aveva pensato, con quel suo sorrisetto idiota in faccia, quasi prendendosi in giro.
E non poteva fare a meno di pensare a lui, a come gli avesse parlato dell’amarezza che ti corrode prima ancora che la conoscesse; non poteva fare a meno di pensare alla sua scorza di legno, a come probabilmente non avesse mai sperimentato quello che ora stava provando lui.
Era come sentirsi inondati, riempiti fino a traboccare.
Faceva bene quella pienezza, quella completezza, faceva davvero bene.
E non poteva fare a meno di pensare a lui che sputava per terra, che tentava di sciacquare la bocca dall’amaro.
Ora aveva per sé qualcosa che l’aveva liberato, e che gli aveva lasciato in bocca un sapore dolce, un sapore che difficilmente se ne sarebbe andato, non l’avrebbe fatto scappare.
E stava lì, col suo sorrisetto idiota, felice.
 
– Racconto in sequenza e contraddizione con Confini amari.-

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Le parole che restano in mano

Com’è che succede sempre così?
Qualcuno dovrebbe spiegarmelo.
Perché quando hai veramente qualcosa da dire, le parole restano in mano, e non si fanno scrivere?
Di fatto poi non dovrebbe essere così complicato, che quello che c’è da dire lo sai, è il buttarlo giù il problema, è il tradurlo in parole.

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Colloquio di lavoro

-Salve.-
-Buongiorno, è in ritardo sa’?-
-Si, scusatemi, ma c’era traffico sulla tangenziale.-
-Scuse…-
-No, voi dovete capire, io vengo dall’Italia, la Lapponia non è proprio dietro l’angolo per me!-
-Senta, abbiamo scrutinato prima di lei un candidato che veniva dall’isola di Pago Pago, in Oceania, perciò non ci propini scuse sulla distanza. Cominciamo?-
-Sì.-
-Bene. Vedo da suo curriculum che frequenta la facoltà di psicologia, come pensa che potrebbe esserle utile per questo lavoro?-
-Non sò, potrei essere più abile nel capire che regalo vuole un bambino?-
-Non dica scemenze! I bambini mandano lettere, lo scrivono che regalo vogliono! Non ci girano mica intorno!-
-Certo ma…-
-Andiamo avanti, quanto pesa?-
– Sessantatre chilogrammi.-
-Non mi sembra affatto il fisico adatto a questo lavoro. Sa’, noi abbiamo una certa immagine d’abbondanza, non possiamo cambiare da un giorno all’altro.-
-Posso ingrassare, posso ingrassare molto!-
-Mmmh.-
-Davvero!-
-Va bene. Senta come se la cava a fischiettare? Ci faccia un movimento natalizio.-
-Fi, fiu, fìfì, fiii, fiù…-
-Basta, basta! Ma cos’era quella cosa?-
-Ehm…-
-Capiamo, comunque, ha mai avuto a che fare con renne?-
-No mai, ma amo molto i gatti.-
-Gatti? Giovanotto, non prendiamoci in giro va bene, lei non ha i requisiti adatti, non è proprio la persona che fa’ per noi, non ha neanche la barba! La barba per tutti gli elfi! Almeno la barba, si sà, ci vuole! Lunga, folta e bianca! Lei non ha che quattro peli!.
-Capisco…-
-Non se la prenda.-
-No, no, si figuri.-

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Nuovi scaffali

Ho messo un po’ d’ordine nel mio monolocale, ed ecco là che salta fuori qualche scaffale.
Qui, ho messo i libri ultimamente letti, di qua ho messo i miei cd, e in quest’angolo ci sono i film. invece ci sono i feed, come cosa sono? Informatevi! Anzi informatizzatevi se non lo sapete!

Aggiornerò e tenterò di tenere in ordine questi angolini, e magari potreste consigliarmi anche voi sul prossimo libro da leggere, il prossimo cd d’ascoltare o film da vedere; anche il prossimo feed da inserire nel lettore, si, anche quello.

Dinosauri

L’ho detto mai che da piccolo, volevo fare il paleontologo?
Prima di Jurassic Park, prima della moda, io ero lì che mi guardavo tutti questi lucertoloni preistorici.
Vi dirò, quando scelsi il liceo scientifico, contrariamente a saggi consigli che m’indicavano il classico, lo feci segretamente ancora influenzato da quel sogno.
Ora, il punto è che ieri sera pensavo: fra qualche centinaio di anni, forse più, c’è la possibilità che i dinosauri saremo noi.
Non è chiaro vero?
Spiego: dinosauri del web.
Che noi siamo una nuova razza, mutante, prima di noi, prima dei blog, internet non era così, per nulla. Siamo l’inizio di un’evoluzione.
Cioè, l’evoluzione è incominciata da un po’, però sapete come vanno queste cose, ci mettono un po’ per operare cambiamenti permanenti, perciò noi possiamo considerarci come dei pionieri.
E un giorno saremo dinosauri.
Stuoli di archeologi, antropologi, paleontologi del web, seguiranno le nostre orme, le nostre web log, per capirci, per capire l’evoluzione.
Intanto c’è chi comincia fotografando la blogosfera.

Dite che è campata per aria come ipotesi?
Come posso darvi torto.

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Grattacielo

Il dizionario d’inglese conferma, è lo stesso: scyscraper.
Poi m’informo: è come sospettavo, mutuiamo il termine dall’inglese, è originariamente anglosassone.
Voglio dire, pensateci, quale ironica faccia può aver sorriso all’idea di farsi beffe del mito, la torre di babele, chiamando così quelle cattedrali di cemento e acciaio?
Io me l’immagino grassoccio, paffuto direi, con gli occhiali, montatura spessa e rotonda, magari con l’orologio da tasca, d’argento, e un abito azzurrogrigio.
Lo immagino davanti ad una commissione: proprietario del terreno, finanziatori, sindaco, vicesindaco, capo della polizia; loro lì a chiedergli come potrebbero chiamarlo.
Grattacielo.
Applausi prego.

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Bianco

Non voleva sprecarne, di parole, figurarsi.
Preferì lasciare il foglio bianco.

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Questioni ottiche

Sarebbe una buona cosa, forse, se almeno qualche volta riuscissi a guardare meno lontano, a far attenzione a ciò che ho più vicino.

Le cose lontane sono inevitabilmente sfocate, quelle vicine puoi osservarle con chiarezza.

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Tre uomini

 
 ” Se non canta,
   lo ucciderò,
   il cuculo.”
            
                Oda Nobunaga

” Se non canta,
  cercherò di farlo cantare,
  il cuculo.”
            
                Toyotomi Hideyoshi

” Se non canta,
  attenderò sinché canti,
  il cuculo.”

                Tokugawa Ieyasu


-Voi, quale filosofia scegliete? –

               

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Il riflesso

Non lo notai subito, come avrei potuto in quella disordinata moltitudine di riflessi di me?
Certo dopo un po’ mi resi conto, probabilmente solo alcuni secondi dopo di quanto fece lui: entrambi in quella casa degli specchi, entrambi circondati da identici riflessi, entrambi identici senza essere riflessi.
Tentai di scorgere delle differenze, non riuscii a trovarne, questo particolare mi turbò: nell’universo nulla esiste di perfettamente identico a qualcos’altro, violavamo una legge.
– Sembri sorpreso. – chiese sorridendo.
– Dovrei non esserlo? – 
– In questo gioco di specchi non dovrebbe sembrarti irragionevole incontrare un tuo riflesso, non lo sembra a me, che sono te stesso, e che prima d’adesso ho già incontrato un mio riflesso. –
Quelle parole mi irrigidirono, se fossi caduto in quel ragionamento paradossale mi sarei perso.
– Chi di noi è il vero? – chiesi all’altro.
– Ogni copia crede di essere l’originale, tu non credi forse d’esserlo? Pensi che anche ogni riflesso in ognuno di questi specchi non lo creda? –
– Io credo d’esserlo, e forse se lo credo io…-
Cominciavo a comprendere le leggi di quel sogno? Più probabilmente mi perdevo nel paradosso entro il quale sprofondavo.
– Questa non è la realtà, lascia che ritorni ad essa.-
– Non ti trattengo.-
Aveva ragione, ero io che mi trattenevo in quel luogo e cercavo un colpevole che supplisse al mio terrore di lasciarlo.
Ci fu un lungo silenzio fra noi due in cui lui non guardava verso di me ma verso un riflesso vicino a sé.
– Hai detto prima che tu hai già fatto un’esperienza identica a questa, ma se noi siamo identici allora dovrei averla fatta anche io? –
Volevo trarlo in inganno, farlo cadere in errore.
– Credi che in questo posto abbia davvero senso il tempo rettilineo degli uomini?- Non voletti continuare, mi basavo ancora per i miei ragionamenti su postulati di un universo dove non esiste nulla di identico a qualcos’altro, qui evidentemente non potevano valere.
Rimasi ancora in silenzio, anche questa volta lo vidi osservare un riflesso, gli parlava ma non potevo udirlo, volsi la testa, in ogni specchio vedevo riflessi due esseri identici, che erano me, che parlavano fra loro, ma non potevo udirli.
Credetti di essere impazzito, fuggii in un corridoio affollato di miei doppi, fui fuori aprendo una porta in cui si rifletteva un essere, finalmente, i cui particolari definivano un’identità altra, mi assomigliava, ma non ero io.

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